Referendum Costituzionale: cinque buoni motivi per dire SÌ 

 
L’appuntamento del 4 dicembre, giorno scelto per il referendum costituzionale promosso dal Governo, è importante sotto tanti punti di vista. 
Nel merito, è un’occasione per dare concretamente vita a una riforma capace di semplificare e non ingolfare il percorso istituzionale. C’è spazio per una drastica riduzione dei parlamentari e dei relativi costi, per l’abolizione di quel bicameralismo paritario che al giorno d’oggi appare a dir poco anacronistico, per una revisione sostanziale del Titolo V sulle competenze di Stato e Regioni, per l’eliminazione di organi inefficaci come il CNEL. 
Nel metodo, è un’occasione per capire in che modo e in che termini l’Italia ha intenzione di crescere e costruire, di garantirsi un futuro lontano da polemiche e recriminazioni che sembrano trovare riparo solamente sotto il tetto dell’autoreferenzialità. Non deve stupire il piagnisteo generalizzato dell’eterogeneo fronte del No, un’opposizione che può vantare le più disparate convergenze politiche con il Movimento 5 Stelle, la Destra populista e una parte della Sinistra a ostacolare ogni tentativo di cancellazione dello status quo. Dall’altra parte si staglia il fronte moderato e progressista che, al netto di un buon senso che travalica sterili diatribe, ha capito come la crescita economica, politica e morale di un paese come l’Italia debba passare necessariamente da un rinnovato spirito nei confronti delle istituzioni. 
Spiegare i quesiti del referendum a cui si è chiamati a rispondere il 4 dicembre è doveroso. Il primo capitolo da affrontare riguarda il superamento del bicameralismo paritario, ovvero l’equivalenza di Camera e Senato. Secondo l’attuale dettato costituzionale, le due Camere hanno uguali compiti e poteri. La riforma prevede una diversificazione delle attività e soprattutto la fine del ping pong di leggi tra una Camera e l’altra, evitando lungaggini e ritardi ben noti ai cittadini. Il secondo quesito prevede la diminuzione del numero dei senatori: da 315 si passa a 100. Quest’ultimi non saranno più eletti direttamente, ma saranno scelti dalle assemblee regionali tra i consiglieri che le compongono e tra i sindaci della regione. Il Senato diventa così un organo rappresentativo delle autonomie regionali. Il terzo quesito affronta il contenimento dei costi del funzionamento delle istituzioni, con una riduzione della spesa che, secondo le stime del governo, si aggira intorno ai 500 milioni di euro. Questo punto si ricollega al quarto quesito riguardante l’abolizione del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), un organo previsto dalla Costituzione che ha l’obiettivo di fornire consulenza tecnica al Parlamento e di promuovere disegni di legge. Dalla sua fondazione questo ente, con 64 membri al suo interno, non ha quasi mai svolto efficacemente il suo operato, risultando un fardello inutile nel bilancio dello Stato. Il quinto quesito mira a rivedere il Titolo V della parte II della Costituzione, riducendo l’autonomia delle Regioni e centralizzando statalmente molte competenze in diverse materie (l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, etc.). L’obiettivo è eliminare le zone d’ombra e il rimpallo di responsabilità tra Stato e Regioni che hanno contraddistinto l’amministrazione pubblica degli ultimi vent’anni.
Siamo convinti che le ragioni del Sì siano molto forti: abbiamo atteso per decenni una Riforma che oggi si concretizza, e tocca a noi Cittadini adesso decidere del futuro nostro e delle prossime generazioni.
Il #4dicembre #bastaunsi.
Comitato #SIcambia Bagheria
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